Se guardo con forza il soggetto del mio desiderio, e davvero riesco a concentrare nel mio sguardo la carica di volontà e di rappresentazione e di fuggiamo da qui e di so long to this cold, cold part of the world e l'idea di un piccolo spazio per le nostre cose, nostre e di nessun'altro; se insomma riesco a rendere il mio occhio veicolo credibile di questo messaggio, e se nessuna entropia comunicativa si interpone tra me ed il soggetto del mio desiderio (avvolto in sciarpa, perché fuori fa freddo e l’universo tutto sciopera, ed è giusto che faccia freddo anche se la legge di Hume non è d’accordo), allora forse esiste veramente una speranza. Come in un film di Tom Tykwer, desidero un movimento ascensionale di fuga in sua compagnia, avvolti in una sciarpa, una lacrima che bagna le guance punte di freddo, il mondo sotto di noi a scioperare, noi sopra di loro, felici.
Nel sogno mi trovavo in una baita di montagna, comodamente spaparanzato su un canapè. Fuori faceva freddo, dentro si conversava di politica internazionale (un sogno che sarebbe potuto uscire dal supplemento patinato del Corriere della Sera, quello per uomini in carriera che il venerdì non hanno nulla di meglio da fare che sognare coiti con Chiara Muti) (peraltro io non converso mai di politica internazionale, malgrado ultimamente le mie abilità relazionali siano aumentate vertiginosamente, il che è certamente da attribuirsi alle pasticche di cortisone; discuto soltanto di geometria, teologia e Boezio con il mio amico Giordano, di Fortitudo con la mia amica Laura e di tutto il resto con il mio barbiere, persona di effettivo spessore culturale –e non sto scherzando). Stavamo insomma là, sul divano, e per quel che mi riguardava sentivo, molto semplicemente, arrivare la fine del mondo. La fine del mondo arrivava dapprima sotto forma di terremoto, nel senso che io percepivo una scossa fortissima che dal divano cominciava a sbatacchiarmi dappertutto (nella realtà stavo dormendo nel letto di un piccolo albergo milanese), il che, direi, coincide abbastanza con la nostra nozione di terremoto. Successivamente il sisma evolveva in qualcosa di concettualmente molto diverso (strano però che ne avvertissi la consapevolezza in maniera così nitida, la fine del mondo non si dovrebbe captare così chiaramente), ovverosia in una sorta di Big Bang al contrario, e tutte le cose (tutto il mondo, simboleggiato dal sofà nella baita, ove noi si conversava di Iran –se di Iran si stava allora conversando) vorticosamente tentavano di regredire ad una cosa sola, probabilmente quell’unica, piccola massa dal quale tutto un giorno ebbe inizio, per volere del Leviatano. Ed io (che nella realtà dormivo sempre nel solito letto, iniziando tuttavia a prendere una strizza non indifferente) mi sentivo parte attiva e centrale del rapidissimo regresso totale; il divano precipitava freneticamente verso le altre cose, spinto dalla voglia di agglomerarsi a loro in un massiccio amplesso onnicomprensivo (simile a quello che i top-manager sognano con Chiara Muti), generando una sensazione simile a quella che si prova negli scivoli velocissimi dei parchi acquatici. Scivolavamo insomma tutti quanti (il creato tutto, ed io in quanto parte di esso) verso la fine del mondo, con una consapevolezza che nessuno dovrebbe mai avere; e la cosa più bella del sogno è che quando il mondo stava effettivamente per finire, e tutte le cose avevano quasi raggiunto la loro sintesi nella forma di una sferica pallina da ping-pong, la fine del mondo era introdotta e salutata dalla voce di Doug Martsch che cantava When I get this feeling like I’m gonna start I just have to stop; e così si interrompeva il sogno sulla fine del mondo. Tutto questo accadeva ad inizio settembre.
E così l’altro giorno B è entrato nella stanza, buia come al solito, perché tutto sommato quanto a luminosità non è che si possa domandare più di tanto al primo piano diun appartamento diuna delle zone a maggiore densità di costruzione della città, una densità talmente eccessiva esproporzionata che a volte sgomentava B anche quando B non aveva bevuto il caffè dopo pranzo, con uno di quegli sgomenti pomeridiani tanto simili a quelli post-caffè che Baveva purtroppo imparato a conoscere bene. E così era entrato e aveva trovato lui (l’acquirente) seduto in maniera apparentemente comoda sulla scomoda sedia di vimini, che effettivamente era troppo economica per poter raggiungere una qualunque ragionevole (per l’acquirente) ambizione di comodità, e che pure era stata acquistata dall’acquirente con nulle, poche o ben celate (in ordine decrescente di probabilità)esitazioni perché lui (l’acquirente) non si era posto neppure il problema, in quanto nella casa appena affittata non c’era esattamente questa abbondanza di sedie, e c’era invece l’esigenza di sedersi. E quindi, per farla breve, in uno di quei tristemente caratteristici e pavloviani schemi impulso-reazione ecco che all’impulso (la mancanza di sedie per sedersi e la contingente necessità di sedersi) era corrisposta una reazione che poteva ben essere rappresentata (con una figura retorica che adesso B faticava ad identificare correttamente, e che quasi sicuramente non era la metonimia) dallo scontrino fiscale che giaceva sul grosso e brutto tavolo nero e che ieri, quando la finestra della stanza era aperta (adesso invece era chiusa) non aveva smesso un attimo di svolazzare per tutta la stanza, costringendo innumerevoli volte B a chinarsi sbuffando per raccoglierla (ultima vestigia di quella transazione), e costringendolo anche a rivolgere innumerevoli e contestuali inviti nei suoi confronti (nei confronti delll’acquirente, che per qualche ragione incomprensibile sembrava deciso a conservare la vestigia della transazione) ad appoggiare un qualche corpo solido sullo scontrino fiscale affinché lo scontrino fiscale non cadesse, inviti non raccolti da lui e che avevano alla fine costretto B ad abbandonare la stanza sbuffando ancora di più, senza che la situazione fosse migliorata in nessuna maniera apparente. Insomma l’acquirente non si era neppure posto il problema (che invece, come avrebbe scoperto solo successivamente, sarebbe stato il caso di porsi) e aveva comperato la sedia di vimini, e adesso stava seduto a giocherellare con il telecomando, un ticchettio continuo sui bottoni, forse una metafora di qualcosa non molto definibile ma sufficientemente contemporaneo e radical-chicper imporsi all’attenzione di una mente metaforica, qual'era appunto quella di B (o quale B riteneva fosse, pur non potendo ancora percepire la metafora perché non ancora accortosi della cosa). Così la mano dell’acquirente della sedia continuava giocosamente a percorrere quei tasti, e solo ad un certo punto dalla finestra aperta della stanza un raggio di luce aveva deciso di affacciarsi e sbattere con apprezzabile precisione sulla superficie riflettente del grosso e brutto tavolo nero (tutto rotto e graffiato), e anche se quel riflesso non era assolutamente necessario perché B si accorgesse di ciò di cuisi accorse in quel momento, solo allora B si accorse che la sua (dell’acquirente) mano tamburellava sui bottoni e ogni tanto, quasi accidentalmente, decideva di pigiarne uno seguendo logiche che a B erano palesemente sconosciute e che anzi non sembravano rivelare alcuna parvenza di logicità, e solo allora si accorse insomma che la mano tamburellante e (a volte) pigiante, cambiava pigiando i canali di un televisore spento, e che dunque il senso dell’intera operazione era ancora più sfuggente di quello di un qualsiasi zapping.
I Saw God’s Shadow on This World un post (in probabile movimento) sullo scrivere un post sui Silver Jews
Nella settimana di convalescenza mi è venuta l’idea bizzarra di mettermi a scrivere un pezzo su David Berman, che da titolare della sigla Silver Jews pare sia stato capace nell’ultimo decennio di ritagliarsi uno spazio decisamente niente male nell’immaginario dei giovanotti americani. Tant’è vero che, ora che è appena uscito il suo ultimo disco Tanglewood Numbers, la sua casa discografica si premura di presentarlo al mondo premettendo che “i Silver Jews sono una tradizione per i giovani e meno giovani del nostro villaggio globale –citano i testi di David Berman, li fanno entrare nelle loro vite, plasmano le loro esistenze assecondando le tendenze che emergono dai loro album e duplicano le loro canzoni preferite in compilation con le quali cercano di influenzare gli altri”. Certo, alla Drag City devono valutare i comportamenti sociali generati dalla sua musica attraverso un dagherrotipo particolarmente psichedelico; però m’è piaciuto lo stesso di indagare. L’indagine, come dicevo in apertura, è abbastanza bizzarra, e non chiedetemi perché mi sia venuta in mente; ritengo unilateralmente che il quantitativo di farmaci assunto nel corso della settimana appena trascorsa basti da solo a giustificarla (e a giustificare me), senza contare il fatto che sto cercando di estrapolare un senso compiuto dalla lettura di Underworld di Don DeLillo[1]; naturale che la somma delle due cose generi una certa instabilità comportamentale, e che la prima in particolare possa faciliti la disposizione verso un tipo umano che, ecco, anche lui nell’ultimo macroperiodo non è che se la sia passata esattamente a rose e fiori (genere Sparklehorse, per capirci; quanto sarebbe suggestiva una tipizzazione del cantautorato americano che partisse dalle scartoffie delle cartelle cliniche?). Riassumendo l’esercizio di scrittura: per una settimana mi sono sostanzialmente imposto di ascoltare (o riascoltare) con la giusta attenzione canzoni per le quali, nella migliore delle ipotesi, provavo un affetto discreto, lontano dal sentimento totalizzante imposto dalla semplice menzione di soggetti amati quali Built to Spill o Modest Mouse; nonché di mettere il naso negli scritti e negli affari di un personaggio per il quale fino all’altro giorno non provavo particolari attrazioni. Perché l’ho fatto? Non lo so. In un certo senso, ho pensato che ne sarebbe venuta fuori una cosa talmente inutile (per me almeno quanto per chi legge) da risultare in potenza seriamente affascinante[2]. Il genere di compito che sono una settimana di immunosoppressori, e l’ho svolto.
Note [1] Trovo in particolare che fili evidentissimi leghino quel romanzo a Infinite Jest di David Foster Wallace; prego però il Signore di non avere più, nella vita, settimane come questa, che pure mi ha a lungo permesso di rimuginare sulle interrelazioni –nel malaugurato caso contrario, prometto che mi rimboccherò le maniche e li esplorerò a dovere. Ma spero di no. [2] Ho anche pensato che nella peggiore delle ipotesi un paio di belle immagini avrebbero addolcito il tutto e salvato la baracca. Mi viene in mente a questo proposito l’aneddoto meraviglioso di Woody Allen che, accettando la richiesta di Stig Bjorkmann (il quale vuole scrivere un libro intervistandolo) risponde di sì, e da gran signore pone come unica condizione quella che il libro abbia una bella copertina. Ecco, magari il mio pezzo su David Berman farà schifo, però posso garantire che l’impegno per una bella copertina c’è stato tutto.
[somethingilearnedtoday went to Prague–Quartiere Ebraico]
Mattinata del secondo giorno; affronto la visita al Quartiere Ebraico (Josefov per gli autoctoni) con spirito pragmatico e risoluto.
La mia informatrice Grazia, una che non sbaglia un colpo da tempo immemore, mi ha garantito che nelle ore di punta il Vecchio Cimitero Ebraico (Starý židovský hřbitov, che nella prima foto vedete catturato da una feritoia nella vicina via Listopadu 17) raggiunge livelli di sovraffollamento tremebondi, suggerendo contestualmente diandarci in ore assurde, quando le comitive di turisti ed ebrei di tutto il mondo sono a mangiare.
Nel cercare un compromesso ideale tra questa indicazione e i vincoli imposto dal mio programma mentale, tento di cogliere l’essenza del suggerimento sostituendo, metaforicamente, il cuscino alla forchetta: buttandola sull’antelucano –o meglio, sulla mia concezione di antelucano applicata ad un ventitré di agosto, ad un ventitré di agosto di vacanza e ad un ventitré di agosto di vacanza a Praga. Morale del compromesso: alle ore otto e tre quarti sono in via Maiselova, davanti alla biglietteria, che (abbastanza prevedibilmente) rimane chiusa per il quarto d’ora mancante alle nove.
Compero un biglietto onnicomprensivo per 500 corone (1 euro equivale grossomodo a 30 corone, cambio più, cambio meno –non cambiate mai negli alberghi, né, ovviamente, dai simpatici figuri che vi accosterannonumerosi nel corso del soggiorno proponendovi mirabilie tipo quaranta corone per un euro: i chioschi che si incontrano per strada vanno più che bene).
1. Sinagoga Maisel (Maiselova Synagoga), della quale, ahimè, ho al momento ricordi non imprescindibili e nessun appunto sulla Moleskine;
2. Sinagoga Spagnola (ŠpanĕlskáSynagoga), forse la più bella dopo la Sinagoga Vecchia-Nuova; del resto, quando ci sono di mezzo gli Spagnoli sai già che andrà a finire bene;
3. Sinagoga Pinkas (Pinkasova Synagoga), la più toccante, per due motivi. Motivo uno: dopo la Seconda Guerra Mondiale l’edificio è diventato un monumento agli ebrei boemi e moravi raccolti nel campo di concentramento di Terezín e successivamente sterminati dai Nazisti; sulle sue pareti sono dunque effigiati i nomi di quei 77.297, tra i quali (spero di non sbagliarmi) le sorelle Elli, Valerie (Valli) ed Ottilie (Ottla) Kafka. L’effetto più immediato della vista è la pelle d’oca; quello più sottile, forse alla base delle intenzioni di chi ha concepito il Memoriale 77.297, il capovolgimento dell’odiosa citazione staliniana che vede nella morte di uno una tragedia, in quella di milioni una statistica. Motivo due: la sinagoga ospita anche una mostra permanente di disegni dei bambini deportati a Terezin, il cui solo nome (Non Ci Sono Farfalle Qui) varrebbe la commozione;
4. il Vecchio Cimitero Ebraico, imprescindibile. Si segue un percorso obbligato in mezzo ad una suggestione cominciata nel 1478 e ancora intatta, soprattutto se riuscite ad evitare la calca delle undici e mezza (vedo di palesare il suggerimento già implicito in apertura di post: andateci alle nove di mattina e sperate in bene). State attenti a non perdere i frammenti di lapidi gotiche del XIV secolo e (più facile) la collinetta Nephele, luogo di sepoltura dei bambini morti prima di aver compiuto un anno. Sulla tomba del Rabbi Löw è uso lasciare un pezzettino di carta su cui esprimere il proprio desiderio, e sostenerlo con un sassolino. Il mio sassolino (e, implicitamente, il mio desiderio) è racchiuso sotto la pietra più nera della foto qui in alto –mi auguro che ciò non equivalga a svelarlo;
5. Sinagoga Klaus (Klausová synagoga), che ospita al suo interno una piacevole esposizione su Tradizioni e costumi ebraici;
6. la Casa delle Cerimonie (Obřadní síň) della Confraternita Funebre di Praga, sede di un’affascinante mostra “sul tema delle malattie e della medicina nel ghetto, sulle morti, sui cimiteri ebraici in Boemia e Moravia e sulle attività della Confraternita Funebre”.
Allora. Avevo pensato di introdurre questo diario di bordo (che vi accompagnerà per qualche giorno, se ne avrete il gusto e la perseveranza –la perseveranza soprattutto, direi) con qualche espediente stilistico colto ed arguto; in pratica, qualcosa che mi consenta di rimorchiare generose ventiseienni alle prese con David Foster Wallace, come ad esempio un occhiello in blue che facesse riferimento alle mie giornate praghesi come a una cosa divertente che mi piacerebbe ripetere.
In alternativa, avevo anche pensato di lasciar parlare le immagini ed affidarmi, in apertura, a quella del celebre Orologio Astronomico in Piazza della Città Vecchia, che ho catturato nelle mie prime ore in città.
Sì, sono un rammollito dalle meningi alla frutta; non ho avuto nessuna idea migliore che quella di parafrasare il campione del postmoderno o buttarla sulle mie virtù di fotografo (e solo uno stolto potrebbe farlo, garantito). Se non altro queste stanche rotelle hanno funzionato abbastanza per farmi afferrare che, ecco, forse non era il caso.
[Risposte a domande che nessuno si sta ponendo]È triste e nostalgico o, chissà, forse anche doloroso realizzare che il present simple del titolo è sbagliato e sostituirlo con forma verbale più acconcia? Non particolarmente. Anche se nei giorni che ho trascorso lì ho realizzato di amare davvero tanto Praga, come del resto sapevo benissimo (molto prima di partire) che sarebbe successo. Ma sapevo anche di dover tornare, e quindi amen.
La verità è che dopo aver scartato la via stylish e referenziale,e dopo aver accantonato ogni pensiero di derive digitali, debbo mio malgrado trovare riparo in una prefazione non meno banale degli aborti che l’hanno preceduta, ma almeno utile per i discorsi che si faranno poi.A Praga, più che altrove, guardatevi dal Nemico. Se in generale il turista è nemico di chiunque –una verità ottimamente colta e sintetizzata, tra gli altri, da Jarvis Cocker, cfr. Common People, dall’album A Different Class–, è doppiamente vero che il Nemico di ogni viaggiatore che transiti per Praga è il turista italiano. E se stare accuratamente alla larga dai propri connazionali è cosa statisticamente ragionevole già in patria, in Repubblica Ceca diventa un obbligo morale. A meno di non volersi vergognare pressoché quotidianamente, in albergo come altrove. A meno di non trovare divertente (invece che tragico) il pischelletto che all’interno della Sinagoga Vecchia-Nuova intima alla madre di non sedersi nel posto fino a due secondi prima occupato da una ragazza giapponese, perché a lui je fà schifo. A meno di non volervi imbattere nel signor Ettore, che in pieno Vicolo d’Oro, davanti ad una delle tante case di Kafka (andateci, ma con cautela –se ne riparlerà, così come si riparlerà in abbondanza di Kafka) ha deciso di omaggiare il mondo tutto della seguente perla di saggezza: Aoh, ma allora mo’ che torno a casa ce scrivo pure io: Qui è nato Ettore, poi vojo vedè se me vengono a trovà da morto! Ma vedi tu se si deve cominciare a parlare di un posto incantevole cominciando dagli stronzi che lo rovinano. Vabbè, buona lettura; sempre se ne avrete il gusto e la perseveranza.
Sì, ma almeno la foto dell’Orologio avresti potuto metterla... Ma dai...ma l'ha visto chiunque... Macchettefrega! Come qualcuno ti fece notare tanto, tanto tempo fa, “siamo nell’era dell’immagine, vecchio mio”. Ok. La metto. La metto.
FREQUENZE DISTURBATE 2005 Urbino, Fortezza Albornoz, Piazza Duca Federico e Cortile Raffaello – 5, 6 e 7 agosto
Frequently Asked Questions (FAQs)
GENERAL Ti sei divertito? Beh, prima di tutto ci terrei a mettere in chiaro che questo è senz’ombra di dubbio il nostro disco più matur Sì. Beh, direi di sì. Non divertente come giocare al giovane taccheggiatore con Winona Ryder, ma neppure frustrante come discutere di politica internazionale con Gianni Baget Bozzo. Per i tassonomisti, ipotizzando una scala che classifichi il divertimento da uno a…
Ok, ok, lasciamo perdere queste puttanate. Immagino che partecipare a Frequenze Disturbate comporti una serie intricata e virtuosamente coinvolgente di processi di socializzazione coatta… Affatto. Per quanto mi riguarda, ho stabilito comprovate empatie solo ed esclusivamente con: un bimbo ipermetrope dedito a leccare un orrendo gelato al gusto puffo nella piazza della fontana, svariate specie di cani randagi e, da ultimo, gli Yo La Tengo.
E la triade Sesso/Droga/Rock’n’Roll? Beh, c’erano pur sempre i Dinosaur Jr! E adesso che ci penso credo di avere bevuto anche un paio di mojito.
Hai qualche appunto da fare agli organizzatori? Quante ore abbiamo? (arriccia il naso) Beh, per prima cosa due paroline di spiegazione sull’assenza di Daniel Johnston non avrebbero certo fatto male; forse mi sono perso qualcosa, ma non credo di essere il solo. E poi, mi era parso di capire ci fossero eventi speciali…
Tutto qui? No. Possibile che non ci fosse proprio nessun altro disco da mettere nelle pause tra gli show oltre a quello dei Nine Inch Nails? Fonti autorevoli riferiscono di gente che è tornata a casa e ha dato fuoco alla propria copia di The Fragile, che per inciso è anche un gran bel disco –era proprio necessario, con tutti quei banchetti? E, se mi concedi un ultimo commento, non penso che tutti i presenti abbiano gradito l’unica e ripetitiva proposta mangereccia dello stand gastronomico presente.
Hai accennato ai banchetti. Ce n’erano parecchi? Oh, un’infinità; Goodfellas, l’eccellente negozio di dischi locale (credo si chiami Tasti Neri)…e soprattutto Hellnation, che questo blog non smetterà mai di supportare.
Fatto acquisti? Puoi scommetterci! Ho finalmente trovato New Day Rising ad un prezzo ragionevole, e il simpatico e brizzolato negoziante mi ha ricompensato omaggiandomi di una spilletta degli Hüsker Dü, con il nome del gruppo scritto in un verdolino davvero pallido (roba che neanche nei titoli di Franz Werfel) su sfondo violaceo –un’oggetto di cui andrò orgoglioso a lungo, malgrado (e fate tesoro di questo triste insegnamento) le spillette siano caduche esattamente come gli esseri umani. Ah! Ho anche comperato il nuovo disco dei Lucksmiths e la maglietta blu degli Yo La Tengo, quella con l’alieno e il nome della band. Che poi, a dirla tutta, a me l’alieno sembra piuttosto un messicano con sombrero.
Parlami della vostra sistemazione… Non ho dovuto neanche prendere in mano la calcolatrice per capire che il campeggio costava decisamente più di quanto immaginassi –quindi, siamo stati in albergo…
…ma non è punk per un cazzo! Non rompere i coglioni. In assenza di un cospicuo differenziale di costo (€, amico, non so se capisci di cosa parliamo) tra piazzola generica e tripla ammobiliata nemmeno Tim Armstrong sarebbe stato disposto a prendere tutto quel freddo, quindi non vedo perché dovrei pormi il problema.
Qualche rammarico? Sì –forse avrei dovuto farmi meno paranoie nel supporre che il corpulento ed occhialuto anglofono che ho visto vagare spaesato per il borgo potesse essere una persona diversa da James McNew. A quel punto sarebbe bastato vincere la mia naturale ritrosia per avere risvolti più interessanti di un’incerta contemplazione da lontano. Altra cosa: non ho comperato neppure un disco dei Deerhoof.
In giro non si sente parlare d’altro che delle apparizioni di Cofferati e Melissa P. Ne sai qualcosa? Secondo me quel film sarà una porc… No, niente. Assolutamente niente.
THURSDAY, 5 Mi è sembrato di capire che fossero gli One Dimensional Man ad aprire le danze… Sì. Carini.
Ma come?!? Hai una L per Logorroico enorme stampata in testa e non trovi niente di meglioche un carini? Ok. Non me li sono cagati di pezza, lo ammetterò. Carini è quello che si dice di solito in queste circostanze, no?
Cominciamo bene…spero che almeno i Jennifer Gentle ti ispirino qualcosa di più profondo. Ci hai preso, amico! Per prima cosa, non hai idea di quanto desiderassi vederli dal vivo, credo di avere combattuto per mesi cercando di diffondere il verbo della loro bellezza più o meno dappertutto (con risultati deludenti, ma è l’impegno quello che conta). Devo dire che dopo i primi due pezzi ho pensato facessero l’intera scaletta di Valende in ordine cronologico, il che non mi sarebbe nemmeno dispiaciuto; faticheresti a credere quanto i suoni fossero simili a quelli del disco, e quanto sia venuta bella e cartoonesca I Do Dream You. Del resto, non si firma per la Sub Pop per caso, no? (compiaciuto, con l’aria di chi è convinto di aver svelato al mondouna sagace verità)
I Raveonettes erano certo tra i gruppi più attesi della prima giornata… Beh, che dire? Non sapevo che Mascia Ferri avesse una band!
Julian Cope: al suo oospetto persino un cazzone come te dovrebbe fare una riverenza, non trovi? Massì, ma tanto ormai si trovano articoli su GG Allin persino su Rolling Stone Senti, amico, non te la prendere ma in quel momento avevo proprio altri casini per la testa…se esiste l’equivalente blogger di una facoltà di non rispondere, ecco, preferirei avvalermene. Certo che se proprio ci tieni, la riverenza te la faccio, eh!
I Dinosauri Piccoli –li ami, non nasconderlo! Non lo nasconderò…i Dinosaur Jr. (apro una piccola parentesi) (cheppalle, adesso attacca la logorrea) (apro una piccola parentesi lo stesso; dieci minuti dopo essere usciti dall’albergo abbiamo beccato in strada un tizio, diciamo sulla quarantina, con camicia dei Prozac+, roba che neanche sapevi esistesse in commercio –ci fa: “sentite, ma è alla Fortezza che suonano i Dinosaur…Gei Ar?” –chiusa parentesi) ad Urbino hanno scatenato una ridda di impressioni tanto variopinte quanto contrastanti. Insomma: per ogni fan della strada (quelli che guardavano Mascis con gli occhi rapiti ed estasiati con cui si guarderebbero le Polaroid dell’amore di sempre) c’era almeno un fonico/amico di fonico disposto a spergiurare sull’indisturbata (indie-sturbatissima) acidità delle frequenze. La mia verità è: che vederli lì sopra su un palco fa già il suo bell’effetto (compiaciuto, con l’aria di chi nutre l’intima convinzione di aver usato l’espressione giusta), che Lou Barlow continua a fare casino per tre e dovrebbe dedicarsi a quello, piuttosto che uscirsene con dischi solisti mosci come l’ultimo, e per finire che l’annunciatissima accoppiata finale Just Like Heaven + Freak Scene rimarrà davvero scolpita nella mente tra i ricordi più belli di FD2005.
SATURDAY, 6 Ora dovremmo parlare della seconda giornata, ma la tua aria non mi sembra molto convinta… Beh, cominciamo col dire che i Kech sono stati carini…
Ok, ok, ci siamo capiti. Però i Sons and Daughters avevano tutti i requisiti per piacerti, o sbaglio? Non sbagli. Credo che i Sons and Daughters siano stati per questa edizione quello che gli Ikara Colt furono per Frequenze Disturbate 2002; il gruppo giusto al momento giusto, caciarone e divertente. È vero, non hanno fatto il numero bellissimo che fecero i Colt, l’enorme palloncino buttato sul pubblico prima di attaccare a suonare, ma tutto sommato possiamo perdonarglielo. Ci tenevo inoltre ad aggiungere che è stato divertente passare metà concerto a decidere se nel mio immaginario erotico musicale ci fosse spazio o meno per la loro bassista.
Interessante…e il verdetto? Mettiamola così –un posticino se l’è ritagliato.
Vedo che sino ad ora la musica l’ha fatta da padrona. La situazione è cambiata con il live di Daniel Johnston? Ma porca puttana brutta testa di cazzo sto cercando di spiegarti da ore che di Daniel Johnston non s’è vista neppure l’ombra, la qual cosa per inciso mi fa ancora roteare i coglioni a velocità vorticose, e tu te ne esci con questa domanda di Ecco, come accennavo più sopra, da qualche parte nelle Generali, non c’è stato nessun live di Daniel Johnston…
Ah! Pare di capire che si sia proprio trattato di una defezione in piena regola, come in ogni festival che si rispetti! (sembra dare segni di impazienza)E i Sophia, c’erano? Altroché! Anzi, secondo me quello là (Robin Proper-Sheppard) è rimasto ancora lì…avresti dovuto vederlo, era felice come una Pasqua, con tutto che non l’avrei mai detto, di uno con la sua storia. La sera della loro esibizione si è intrattenuto al DJ set nel Cortile Raffaello, e il giorno dopo è rimasto fino alla fine, a mettere dischi (meglio: scegliere canzoni da un Macintosh) al banchetto di Losing Today. Un bel tipo.
Immagino che il pubblico femminile abbia gradito… Immagini bene. Qualcuno mi ha anche fatto notare una sua forte somiglianza con Chandler di Friends, ma non c’ è nemmeno bisogno di precisare che non ho mai visto una puntata di quella roba, e che quindi non posso dire nulla in proposito –controllerò, comunque. Ah, e permettimi di aggiungere che anch’io ho gradito moltissimo (ma proprio moltissimo!) una delle estimatrici del nostro. Adoro i piercing sul mento!
Forse sarebbe il caso di darci un taglio con questi discorsi. Ma hai cominciato tu, brutto imbecille! Sì, credo proprio tu abbia ragione. Beh, quello che voglio dire è che malgrado i Sophia non mi facciano impazzire (voglio dire, tutti amano i God Machine eccetera eccetera eccetera, The Infinite Circle è un bel disco eccetera eccetera eccetera, ma vogliamo parlare di People Are Like Seasons?!) il loro concerto non è stato affatto male, e mi ha persino strappato un brivido…
… …ad un certo punto è andata via la corrente (sai tutti quei discorsi che facevamo prima sull’organizzazione?), e lui è stato molto bravo a tenere in pugno la situazione. Il suo pezzo forzatamente unplugged, con tanto di accompagnamento di archi, direi che lo possiamo tranquillamente mettere nella cartella delle cose da ricordare di FD2005. Anzi, dirò di più: facciamo che gli perdona anche l’aver spacciato una versione quantomeno precaria di Oh My Love come anteprima assoluta.
Quando avevi diciassette anni hai comperato un disco degli Echo & The Bunnymen. Questo fa di te un loro fan? Tecnicamente direi di no, anche se in verità non ho comperato solo un disco -sicuramente non sono la persona più titolata per parlarne, quindi sarebbe giusto passare il testimone a qualcun altro. Posso però dire che a diciassette anni Nothing Lasts Forever mi piaceva tantissimo (adesso la trovo un po’ patetica, ma continua a piacermi), e dunque sono stato davvero felice che l’abbiano fatta. Ma è chiaro che i pezzi di Porcupine sono tutta un’altra faccenda...
SUNDAY, 7 So che a causa del tempo incerto e della stanchezza siete arrivati alla Fortezza Albornoz solo a metà dello show dei Four Tet. Considerati i precedenti, immagino tu l’abbia trovato carino… No, no. Quelli m’han fatto proprio cagare.
Non era la prima volta che vedevi i Blonde Redhead, e non era la prima volta che li vedevi ad Urbino. Com’è andata? Secondo me se Giove pluvio non avesse deciso di dare libero estro a tutta la sua creatività giusto a cavallo di quell’oretta sarebbe andata decisamente meglio. Pioveva a tal punto che praticamente tutta la strumentazione (amplificatori ed ammennicoli vari ovviamente inclusi) è stata progressivamente incappucciata, tanto che da dove stavo io la parte sinistra del palco aveva le sembianze di un enorme Batman –secondo me Daniel Johnston avrebbe apprezzato tantissimo, ma non so se ti ho già detto che non c’era. Ma torniamo ai Blonde Redhead, e permettimi di dire che non è stato il loro migliore concerto al quale il sottoscritto abbia avuto la ventura di assistere. C’è da dire che trovo i pezzi di Misery Is A Butterfly decisamente più deboli ((compiaciuto, come se pensasse sul serio di aver partorito un aggettivo sensato) del resto della loro produzione, e anche se Equus è stato decisamente un bel sentire non penso di poter andare oltre uno scolastico 6+. Però i ringraziamenti per aver tirato avanti sotto la bufera mi sembrano doverosi.
Direi che siamo quasi in chiusura, e comincio a vederti provato. Sugli Yo la Tengo ti lascio carta bianca. (compiaciuto)
Gli Yo La Tengo sono stati semplicemente il miglior gruppo di questo festival. Anzi, parafrasando uno dei titoli minori della loro discografia e volendo semplificare un poco l’intera faccenda si sarebbe tentati di dire che Frequenze + Disturbate 2005 = Yo La Tengo. Perché li ho amati così tanto? Prima di tutto per come sono, e questo si sapeva: ma vederli in carne ed ossa rafforza la simpatia, ecco. Poi, per l’eccellente perplessità palesata nei riguardi della separazione palco/pubblico –we are polite persons. E, come se tutto questo non bastasse (e in effetti non basta), la musica. Ad un certo punto mi è venuto da pensare a quali sottogeneri mancassero per completare l’enciclopedia della musica rock che stavano mettendo in piedi. E poi l’improbabile e spettacolare balletto di James e Georgia sulle note di Nothing But You And Me, e la processione al termine di Nuclear War. Davvero senza parole; credo che l’ultima volta che mi sia capitato di vedere un gruppo così semplicemente importante sprigionare una tale attitudine risalga all’ormai lontano 2002, alla versione madrilena e natalizia dei Flaming Lips post-Yoshimi. Ecco, magari gli Yo La Tengo non hanno suonato nessuno dei due adorabili pezzi andanti di And Then Nothing, e di certo se avessero chiuso salutando con la cover di Take Care avrebbero veramente fatto deflagrare quest’anima piccina che vi parla (ma loro, cosa potrebbero saperne del perché?). Ma l’attitudine, oltre a non essere acqua e a non poter essere insegnata, vince su tutto; ed è per questo che gli Yo La Tengo resteranno il ricordo più bello di Frequenze Disturbate, anno domini 2005.
È un sacco che non ci si sente, eh?
Beh, ho pensato di ricominciare più o meno come Bart potrebbe cominciare una puntata dei Simpson, prendendo (io) un immaginario gessetto e scrivendo trenta volte su questa lavagna la seguente epitome: Sono Una Testa di Cazzo -la qual cosa avrebbe espresso con una certa adeguatezza (poco elegante, lo ammetterò) l’autostima che avvolge la mia persona in questa notte di San Lorenzo. Ho anche vagheggiato l’idea di parafrasare la tremenda, eponima poesia del Pascoli, e persino buttato giù i primi due versi:
Il mio tetto non ha rondini: io sono già morto.
Alla fine ho pensato che la prima soluzione sarebbe stata onesta, troppo tremendamente onesta per considerarla praticabile. Giacché io non posso buttarmi nelle poche verità alla portata immediata del mio povero cerebro come ci si butterebbe in una piscina d’agosto; posso soltanto accarezzarle con timore, sfiorarle, maneggiarle con cautela. Tacerle quando invece dovrei urlarle. Testa di Cazzo, aggiungo. L'idea dissacrante della parafrasi è stata forse scartata per la stima che il Pasolini ha del Pascoli; il quale Pascoli, a quel punto, doveva dunque essere tutto sommato un brav’uomo –che poi, diciamoci la verità, a nessuno farebbe piacere una catena di sfighe di quella portata (il Pascoli come un Eelsante litteram). Sia chiaro comunque che da queste parti stanotte non s'è vista cadere nemmeno una stella. Né (nel caso) sarebbero state per me, povera testa di cazzo.
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